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Vincent
Vite degli altri, Le
Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro
Wolfmother (disco)
World trade center
Zodiac
Trittico televisivo
Parte I
Parte II
Parte III
accoltellato *loading* volte
Capolavoro, en passant
Arca russa di Aleksandr Sokurov con Sergej Dreiden, Leonid Mozgovoy, Mariya Kuznetsova... ****
Il film che Hitchcock e Welles sognavano di girare: un unico pianosequenza, senza tagli di montaggio. Le ambizioni sono immense (una riflessione sulla storia, l’arte e il proprio paese), i mezzi pure (migliaia di comparse, la disponibilità dell’Hermitage di San Pietroburgo, la possibilità di filmare con la videocamera digitale in alta definizione della Sony usata da Lucas per la nuova trilogia di Guerre stellari); il risultato è indimenticabile. Un unico pianosequenza, appunto, all’interno del museo dell’Hermitage, seguito in soggettiva da un misterioso protagonista (chi è? il regista? lo sguardo della storia? Dio? è forse un sogno?) che, passando da una sala all’altra, ripercorre più di due secoli di storia russa, fra personaggi reali e figure immaginarie. Le immagini di Sokurov sono ipostasi, fantasmi della storia rievocati nell’arte, che impauriscono e commuovono allo stesso tempo: nella corsa sotto la neve di Caterina II la Storia (e la vita) ci sfugge e si fa arte, nel confronto fra lo sconosciuto e il giovane appassionato d’arte il passato alza le spalle e oscura il presente. In Sokurov ogni inquadratura è un dipinto, ogni movimento di macchina una sinfonia; il suo è un occhio critico e visionario, a cui fa fronte una colonna sonora sommessa, fatta di silenzi e poche note di pianoforte, quasi lynchiana. Alla fine non resta che smarrirci nel ballo conclusivo della Russia zarista, abbandonarci alle onde dell’eterno ritorno; asciugare le lacrime, smettere di piangere.
