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Un'altra giovinezza di Francis Ford Coppola con Tim Roth, Alexandra Maria Lara, Bruno Ganz, Alexandra Pirici, André Hennicke... ****
“Gli occhi sono rimasti illesi ma dobbiamo ancora capire se abbia perso la vista”: questo il dubbio che sembra aver assalito la critica italiana, di fronte a un regista e un film così sfrontatamente liberi nel salire (senza biglietto!) sul treno in corsa della grammatica filmica, incontrando le inutili resistenze di chi ancora crede nei manuali, e quindi in una visione normativa del segno cinema. E i limiti di questa nostra (solo nostra?) critica non si esauriscono qui. Quali sarebbero i difetti di Un'altra giovinezza?, verrebbe da chiedere. Forse le facili metafore (dopo Haggis, ancore con queste facili metafore?!)? L'ingenuità, anzi l'assurdità di certi snodi narrativi? I dialoghi legnosi? Il ridicolo involontario? Il solito equivoco sull'importanza... sull'esistenza del contenuto! Il quale, va da sé, è ciò che è contenuto nell'inquadratura: non il set e gli attori, come determinati dallo script, ma il modo di riprenderli. La forma, quindi: essa è la materia stessa del contenuto, bazinianamente parlando. Inseparabile da esso come l'espressione dal concetto, la carne dallo spirito. E non ci si azzardi a formulare giudizi estetici (ovvero giudizi di gusto che non interessano a nessuno), ché non stiamo parlando di arte (come la insegnano – vanamente – a scuola), ma di comunicazione. E di filosofia. Quando capiremo che i registi sono filosofi moderni, pensatori per immagini-movimento anziché per concetti? Osereste mai definire l'idealismo hegeliano brutto? O il pensée sauvage di Lévi-Strauss ridicolo? Perché allora deridere l'ultima riflessione coppoliana, dall'alto di una cattedra dal quale emettere scomuniche in difesa del Sacro Cinema? Specialmente quando poi si spaccia per autori gente come Iñárritu o Von Trier o Mungiu (sì sì, proprio lui!). Nella vostra ottica, un feto in primo piano dopo una sequenza interminabile di fuori campo che non vedranno mai l'inquadratura è meno ridicolo, che ne so, di un uomo che muore con una rosa in mano, nell'indifferenza generale degli uomini di un altro tempo?

Coppola rimane quel regista dallo “sguardo senza confini” (Simone Emiliani, Sentieri selvaggi), perennemente teso all'oggettivazione visiva del “Tutto che cambia” e ossessionato dalla dissolvenza incrociata e dalla sovrimpressione “come timore di non riuscire a far vedere tutto e abbastanza nello stesso momento filmico, nello stesso 'tempo'... nel tentativo (quasi) di 'non buttar via nulla' delle immagini” (Enrico Ghezzi). Nonché incuriosito (per la prima volta?) dalla rappresentazione di questo “Tutto aperto” all'interno di un sistema chiuso (l'inquadratura), come già Kubrick (Shining), Tarkovskij (Solaris) e Sokurov (Arca russa). In definitiva un film sul tempo e sull'amore (un amore che sopravvive nel tempo e al tempo - come in Dracula di Bram Stoker -, e ne costituisce il meccanismo: paradigmatico l'incipit proustiano), ma anche l'incubo/sogno espressionista di una modernità anacronistica e (per forza di cose) incompresa (“Questo messaggio è per l'uomo del futuro...”), sofferta e sofferente nell'assistere al veloce declino di una vita, amata (che sia Jack Powell o Veronica/Rupini), che scorre più veloce del tempo.

