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300 di Zack Snyder con Gerard Butler, Lena Headey, David Wenham, Vincent Regan, Rodrigo Santoro, Dominic West... **
In fondo 300 un'importanza ce l'ha: spingerci a riflettere sui limiti di ogni giudizio estetico. Fino a che punto la contemplazione del bello può prescindere da una critica/condivisione del suo contenuto? E soprattutto: possono le nostre convinzioni influenzare in maniera determinante la ragion critica? Perché il fascino visivo-grafico del film è davvero innegabile (avanzate al rallentatore che sembrano prese da John Milius, squarci di luce anti-naturalistica in mezzo alla battaglia, controluce perenni che nemmeno Janusz Kaminski), perfetta copertura di un apparato ideologico prima di tutto irrisolto: perché il sacrificio spartano? Per innata indole eroica (i discendenti di Eracle!), per ma(so)chismo del martirio (i soldati, sotto la pioggia di frecce, sembrano irridere la morte) o in forza di una legge crudele ma giusta (il finale a metà fra Il gladiatore e Hero)? Dovremmo essere di fronte a una sorta di esempio socratico in cui la violenza che uccide (l'unica salvezza) non è semplicemente subita ma inferta-subita bilateralmente? “È solo un fumetto!” mi si risponderà. Però delle due l'una: o i fumetti hanno la “dignità letteraria” che si meritano (per cui molti ancora si battono), che c'autorizza a scavare sotto la superficie, oppure non ce l'hanno, non andando oltre la bidimensionalità della pagina/schermo e vanificando ogni approfondimento. Volendo propendere per la prima ipotesi (e lasciando agli esperti la questione della corrispondenza con l'originale cartaceo), dico: il film è bello (forse la migliore trasposizione cinematografica di un fumetto che si sia mai vista, se si eccettuano Burton e Raimi); tuttavia, per digerire anche solo un boccone del supereroismo wagneriano di Miller/Snyder (da considerarsi, quest'ultimo, un Autore a pieno titolo), mi ci sono volute due pasticche di Maalox. C'est la vie.
