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Regole dell'attrazione, Le
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Sposa cadavere, La
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Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro
Wolfmother (disco)
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Trittico televisivo
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Parte II
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accoltellato *loading* volte

Superbad di Greg Mottola con Jonah Hill, Michael Cera, Christopher Mintz-Plasse, Bill Hader, Seth Rogen... ***1/2
Dimenticate 40 anni vergine e lo stucchevole Carell: qui siamo dalle parti del ritratto generazionale (involontario?) e del capolavoro (volontario) di comicità demenziale, oltre Animal house, American pie e Road trip. Superbad è il capitolo secondo di un'ipotetica trilogia iniziata da Napoleon dynamite e terminata con Le regole dell'attrazione: in un mondo in cui i nerd hanno vinto e occupano tutte le istituzioni, nessuno può conoscere nessuno, salvo che con l'aiuto dell'alcol, mentre il tanfo di morte riempie le narici. Quella di Seth, Evan e Fogell è una discesa negli inferi, fra figure, luoghi e segni kubrickiani: i due ex-debosciati ora poliziotti, il barbone ubriaco, la tensione per nulla erotica del sabba/party nella villa, la bottiglia/osso roteante nell'aria, i falli giganti. E come Kubrick Mottola, Rogen e Goldberg disumanizzano all'estremo l'essere umano (mero ricettacolo di umori e fluidi di ogni sorta - mestruo, sperma, vomito, birra, liquori – o insieme più o meno ben strutturato di tette da leccare, culi da sfondare e cazzi da succhiare), svelandone paradossalmente tutta l'umanità, e con questo raggiungono vertici assoluti di volgarità e pornografia che si fanno metafora di una generazione senza genitori (s'intravede giusto la madre di Evan, ridotta a un paio di tette) e senza sogni, a cui non rimane altro se non vedere infrangersi una bottiglia di vodka, unico viatico per sesso e felicità, sul pavimento lurido di piscio (ennesimo liquido umano) di un autobus notturno. Fino a una conclusione raggelante, con Fogell che perde l'innocenza in maniera inaspettata e Seth ed Evan che scoprono l'amore per poi abbandonarsi definitivamente, separati dal sesso (all'I love you rivolto all'amico si oppone l'I'm gonna fuck indirizzato alla futura ragazza) e dal college. Anche perché quando (e se) si ritroveranno, come Ellis insegna, non saranno più gli stessi.




Reign over me di Mike Binder con Adam Sandler, Don Cheadle, Jada Pinkett Smith, Liv Tyler, Saffron Burrows, Mike Binder, Donald Sutherland... ***
Il film più snobbato dell'anno! Retorico e prolisso come The river di Bruce Springsteen, possente come una ballad dei Who. E quindi assolutamente fuori del tempo, come se i temi universali (il dolore della perdita, la rimozione del ricordo, il ritorno alla vita) passassero di moda. Un peccato, perché a Binder non manca certo l'abilità né l'intelligenza (la composizione geometrica e sempre “gemellare” dell'immagine, con in mezzo il personaggio seguito per strade e corridoi dalla macchina da presa), tanto meno l'umiltà (come attore, si riserva al solito un ruolo sgradevole).

Sandler è commovente ma anche Cheadle non è da meno.

Cinema! (in spagnolo)
Flags of our sons
In the valley of Elah di Paul Haggis con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon, Jake McLaughlin, Wes Chatham, Jonathan Tucker, Jason Patric, James Franco... ***1/2
Un Haggis asciutto, nonostante le lacrime, che lavora di sottrazione, all'insegna del pragmatismo eastwoodiano e limitandosi a tratteggiare fantasmi che vagano mesti fra ideali capovolti (esemplare la bandiera che sventola nel finale) e nuove solitudini (le stesse di Crash, Million dollar baby e Flags of our fathers), e riflette parallelamente sul ruolo delle immagini come strumento politico di controllo e difesa (la televisione) o mezzo per raggiungere la verità (internet e i cellulari), anticipando così l'atteso Redacted di De Palma. Ai soliti puristi che criticano gli automatismi d'autore e le “facili” metafore, si risponde: quella di Davide e Golia è ben più di una metafora, è una realtà dolente.

Brava la Theron, ma Jones è strepitoso: davvero Pitt è stato più bravo?

Io non sono qui di Todd Haynes con Christian Bale, Cate Blanchett, Heath Ledger, Marcus Carl Franklin, Richard Gere, Charlotte Gainsbourg, Ben Whishaw, Michelle Williams...
"Ci vuole un ladro per (ri)prendere un ladro": questa la dichiarazione d'intenti di un cinema che si voglia definire tale, come quello di Todd Haynes, che (parafrasando Bazin) va ben oltre il calco fotografico dell'artista per ricalcarsi sul tempo del suo oggetto, rubando l'impronta della sua durata. Ma non basta: ci vuole un falsario per prendere un falsario. E in Io non sono qui non c'è nulla che sia vero, a partire dagli attori che non sono Bob Dylan ma lo interpretano, né potrebbero esserlo (troppo vecchi, troppo giovani, di colore, di sesso opposto): attori, cantanti, ladri, poeti fittizi il più dylaniano dei quali è interpretato da una donna (Cate Blanchett, il cui sorriso leonardesco nella sua ultima inquadratura vale da solo la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile); perfino le canzoni che questi suonano sullo schermo sono in realtà eseguite da altri (Eddie Vedder, Stephen Malkmus, Tom Verlaine, Iron & Wine & Calexico, Sonic Youth, Antony & The Johnsons, Roger McGuinn, Mark Lanegan, Sufjan Stevens, Jeff Tweedy, Richie Havens, The Black keys). Alla fine ne esce una finta autopsia come quella dell'alieno di Roswell, un Dylan a pezzi dylaniato e centrifugato dalla forza (centrifuga e quindi apparente) di un racconto surreale che procede per lampi, ellissi, fuori campo e libere associazioni, e che lascia disorientati e confusi, come se "il passato, il presente e il futuro si ritrovassero nella stessa stanza". Come se, presi dalla caccia ai falsi Dylan, quello vero ci sfuggisse proprio all'ultimo, armonica alla bocca, in una lunga e beffarda dissolvenza in nero. Capolavoro.

Cinèmi 2007, parte I
Sicko di Michael Moore **1/2
Sfatiamo un mito, quello del protagonismo di Moore. A dirla tutta, diffido sempre di chi parla di “protagonismo” del suddetto. Troppe implicazioni politiche, scarse considerazioni retoriche. Moore, sempre in mezzo all'inquadratura, commenta tutto, perfino il dolore. Anche quando le immagini sembrerebbero parlare da sole, ecco che scatta la domanda retorica: “Chi siamo? Chi siamo diventati?”. Evidentemente i critici hanno dimenticato che stiamo parlando di cinema. Moore sa benissimo che i suoi film, oltre a essere documentari e atti di denuncia (anzi, proprio perché sono atti di denuncia), sono prima di tutto cinema, e quindi spettacolo. Attirando su di sé l'attenzione, Moore ottiene un'empatia maggiore dello spettatore e una comunicazione più funzionale, potente (e un miglior cinema, ovviamente). D'altronde c'è chi fa del cinema un cinema-corpo (Cronenberg e Il ritratto dello spettatore Dorian Gray) e chi del proprio corpo un cinema. E non è certo un caso che i documentari di Moore siano allo stesso tempo i più visibili e i più vedibili (che la scelta di doppiarli sia involontariamente azzeccata?). Data l'urgenza del messaggio, questo è un dato da non sottovalutare.
Ma parliamo di cinema, allora: quello di Sicko sa rappresentare i paradossi (gli “eroi” prima curati e poi omaggiati dal “nemico”, l'“ospedale” Guantanamo) ma non mette paura, accumula invece di scavare a fondo; proprio come il corpo del suo autore, è sfatto, scomodo, simpatico... assolutore, a suo modo, dello spettatore. Moore non impressiona la pellicola (gira in HDV) ma si limita a registrare dati sul nastro magnetico con la stessa superficialità con cui titilla l'emozionalità del suo pubblico – impressionato sì, ma non in senso cinematografico. E non potrebbe essere altrimenti, visto che il suo cinema pone delle domande ma dà già tutte le risposte. Se si chiedesse legittimamente: “Perché non un film di fiction, allora?”, la risposta, fra le più semplici, ce la darebbe lo stesso Moore, con la prontezza retorica che gli è propria: “Perché non ne sono capace!”. Moore si serve del cinema, quindi, invece di servirlo. In poche parole (e senza farsi sentire), lo stupra. Ed è questo il suo più grande, insuperabile demerito.
P.S. In questo post si contano ben nove Moore (ora dieci): dalla negazione del protagonismo di Moore (undici) sono forse finito, inconsapevolmente, alla sua riaffermazione? Servirebbe un critico del critico. Che non è un critico. Andate al cinema va', che è meglio.