Les cahiers de l’enfer

"Ogni film ci mostra il cinema e ne è la morte." (Christian Metz)

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venerdì, 24 agosto 2007

Stranger in a strange land – parte I

Live free or die hard di Len Wiseman con Bruce Willis, Justin Long, Timothy Olyphant, Maggie Q... ***

Il controcampo possibile di Disturbia: se Caruso riprende il day after dalla parte dei vincitori, Wiseman (nomen omen) punta l'obiettivo in mezzo alla battaglia e coglie il momento dello scontro dal punto di vista dello spettatore (che s'avvicina per vedere meglio o si scansa per evitare auto ed elicotteri in caduta libera), non trattandolo da voyeur. Benché poi non sia così difficile intuire chi uscirà vincitore fra antico e moderno, se l'antico è impersonato da John McClane. Ma è soprattutto la sceneggiatura di Mark Bomback a fare la differenza, fra trovate geniali (una macchina lanciata contro un elicottero per abbatterlo vi basta?) e tanta, tanta ironia. Bruce Willis è in gran forma, nonostante l'età, e Justin Long (ricordate gli strepitosi Jeepers creepers e Dodgeball?) una spalla poco imgombrante, con una sua utilità all'interno del plot (a dire il vero poco originale, ma certo non staremo qui a fare i contenutisti anti-yankee).


Postato da: JerryGarcia85 a 17:20 | link | commenti (10) |

domenica, 19 agosto 2007

Disturbia di D.J. Caruso con Shia LaBeouf, Sarah Roemer, David Morse, Aaron Yoo, Carrie-Anne Moss... **1/2

L'incipit è programmatico: "Ci vede?... Pensi che ci veda?", su uno schermo nero. Ed è subito chiaro come Caruso si serva dell'ovvia metafora dello sguardo come specchietto per le allodole, per accecare di cinema gli strutturalisti di primo pelo e far distogliere lo sguardo dal vero contenuto del film: la celebrazione del trionfo della modernità. Lo sguardo modernizzatore di Caruso procede silenzioso fra i fantasmi di un presente/futuro digitale (iPod, iTunes, Xbox 360, Psp, Handycam HDD) e i resti concreti di un passato feticcio di cui tutti fanno sfoggio e nessuno conosce (nonostante i poster di Led Zeppelin e Clash e la t-shirt dei Ramones, il protagonista ammette di non sapere quale canzone stia ascoltando il vicino-serial killer), inglobando modelli cinematografici (Hitchcock e Spielberg, ma anche De Palma, Argento e il Kubrick di Shining) e tra(n)sformando anche questi in feticci (cos'è il cinema hollywoodiano se non oggetto di consumo?). E si rinvengono segni di questo scontro antico/moderno anche nello script, praticamente un resoconto bellico dettato dai vincitori: l'adolescente indie al passo coi tempi che guarda, dall'alto della sua stanza, il maturo e rispettabile vicino parcheggiare la sua auto (d'epoca) nel garage e quindi nascondere i cadaveri delle sue vittime nel seminterrato (con un'inversione di valori fra la presunta bassezza della cultura contemporanea - che guarda dall'alto - e l'altrettanto presunta altezza di quella classica - che viene guardata dall'alto e resa oggetto). Oltretutto, se una volta si diceva che i movimenti di macchina sono una questione di morale (e forse è ancora vero), dobbiamo ora prendere atto del disvalore di quest'affermazione per un cinema che si identifica con l'obiettivo digitale (estensione della mano piuttosto dell'occhio e sempre ad altezza culo), perdendo le coordinate del mondo; costretto paranoicamente (come dice il grande David Morse/Mr. Turner: "C'è troppa paranoia in giro...") in un reticolo che si vorrebbe auto-imposto (come quello tracciato da LaBeouf per segnare i confini della propria casa/prigione) e al quale invece si cede colposamente, nell'ennesimo atto d'adesione al sistema, la definitiva accettazione delle uniche coordinate possibili del cinema normativo: un cinema che ha smesso di fare i conti con la propria morale da un bel pezzo.


Postato da: JerryGarcia85 a 14:34 | link | commenti (57) |

venerdì, 17 agosto 2007

Here am I... Yes, I'm sure it will work out alright.

Si torna al cinema. Forse.

Postato da: JerryGarcia85 a 13:12 | link | commenti (7) |