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Parte II
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accoltellato *loading* volte
“Quello che è rivelatore è il fatto che la maggior parte degli artisti della comunicazione non ha spesso, in realtà, assolutamente nulla da comunicare. È per loro sufficiente costruire dei circuiti e delle interazioni diverse in modo tale da fare dello stesso fruitore il contenuto.”
Derrick De Kerckhove, L’estetica della comunicazione: per una sensibilità planetaria dell’uomo
“It's got giant fucking robots doing huge fucking damage to a lot of fucking expensive hardware and property. Expecting much more than that out of a picture like this is to be an idiot.”
Jeremy Smith, Chud.com
Transformers di Michael Bay con Shia LaBeouf, Megan Fox, Josh Duhamel, Tyrese Gibson, Rachael Taylor, Anthony Anderson, Jon Voight, John Turturro... **1/2
Questo è il film contro cui si scaglieranno praticamente tutti, e per motivi diversi: nerd traditi (“Meno donne, più botte!”) e traditori (“Nerd, io?”), cinefili (“Aridatece Tarantino!”), yuppie ("Nerd di tutto il mondo unitevi”, “... equilibrio e divertimento assicurato per chi va al cinema con lo scopo di dimenticare la propria miserabile esistenza” Antonio Rubinetti, Delcinema.it), comunisti (“Che idiozia, 'sta America bushista!”), filoamericani (“L'America bushista non è così idiota!”), vecchi ("Abbassate il volume, lì sopra!"), giovani ("Bay, non mi freghi, sono superiore!"). Quando in realtà la cosa più onesta da dire è una sola: Transformers è la più granitica rappresentazione mai vista di un'idea di cinema. Un cinema ormai vecchio e inoffensivo (da cui più o meno tutti hanno attinto: Nolan, Boyle, Singer, Raimi, Scorsese, lo stesso Lynch di Dune) ma col merito di terminarsi solo dopo (e subito dopo) aver compiuto il suo lavoro. Altro che riflessione sul cyberpunk o filosofia cameroniana: questo è il film-macchina per eccellenza, un divenire continuo di corpi che mutano (macchine/robot, adolescenti/uomini) senza lasciare traccia; un divertimento sanamente frastornante che ha l'unica colpa di rivolgersi a un pubblico immemore, suscitando le ire di quelli che di memoria invece ne hanno troppa (non ci vuole Godard per capire che ogni singola inquadratura è l'ultimo aggiornamento dei controluce di Top gun o delle esplosioni di Independence day e Armageddon, puerilmente auto-citato).

(S'è fatto un gran parlare degli effetti specialissimi - e segretissimi - della Industrial Light & Magic: effettivamente sono avanti a tutto quello che si è visto fino a oggi - Superman returns e Spider-man 3 al confronto sembrano Navigator di Randal Kleiser: peccato però che non siano così rivoluzionari, costituendo per lo più un'evoluzione del digitale di Guerre stellari, La guerra dei mondi e King Kong.)

Turturro guarda tutti dall'alto, anche i robot; Shia LaBeouf, non si sa come, sa recitare. Megan Fox è INCREDIBILE.
Il mezzo del futuro. Il mezzo del futuro.

Paranoid Park di Gus Van Sant con Gabe Nevins, Daniel Liu, Taylor Momsen, Lauren McKinney, Winfield Jackson... ****
Il maggior pregio di Van Sant come regista è che non si mette mai in mezzo, non giudica né giustifica e soprattutto non ha l'arroganza di assumere il punto di vista dei suoi personaggi: piuttosto se ne sta in disparte, spaesato, a guardare con stupore una gioventù incomprensibile eppure bellissima, raggiante anche nei momenti di massima oscurità. Il suo cinema ha ormai raggiunto un lirismo assoluto, capace di cogliere l'insondabile con la sola forza delle immagini e della musica, di cui fa un utilizzo personalissimo e struggente (si alternano brani di Nino Rota e canzoni del compianto Elliott Smith). Menzione a parte per il grande Christopher Doyle, poeta-fotografo e co-autore a pieno titolo: se Malick sa far recitare il vento, l'acqua e le foglie, Doyle riesce a far parlare la luce.


Insieme a Gerry e Drugstore cowboy il miglior film di Gus Van Sant.
Due al prezzo di uno
Harsh times di David Ayer con Christian Bale, Freddy Rodríguez, Eva Longoria, Tammy Trull... **1/2
Mean streets, Taxi Driver, Il cacciatore, Vivere e morire a Los Angeles, Collateral: più di trent'anni di cinema americano condensati in un film di quelli che si facevano una volta (serrati, violenti, pessimisti) e che adesso si vedono solo in tv, sotto forma di serial alla The shield. Il talento visivo è grezzo (con alcuni ottimi lampi di violenza manniana), la scrittura convenzionale ma (Deo gratias!) senza eufemismi, specialmente nel descrivere una città (e uno stato) a braccetto con la criminalità, dove corruzione si legge cooperazione. Certo, la morale sarà anche discutibile (come pure l'esaltazione – meno ovvia di quanto si pensi – dell'amicizia virile), tuttavia Ayer è sincero e il suo cinema rude ma funzionale merita una possibilità. Enorme Bale (di fisico e di bravura), sorprendente Rodríguez. Il classico film che la critica cinefila guarderà dall'alto, comunque.
Ocean's thirteen di Steven Soderbergh con George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon, Al Pacino, Elliott Gould, Don Cheadle, Casey Affleck, Bernie Mac, Carl Reiner, Ellen Barkin, Andy Garcia... **1/2
Non è che ci sia molto da dire (se non che Soderbergh dovrebbe smettere più spesso i panni dell'Autore a tutti i costi): divertimento cazzone in confezione cinque stelle lusso, coloratissima. E poi: irresistibili duetti gigioneschi (ovviamente meta-testuali quelli fra Clooney e Pitt), auto-ironia spassosa (Matt Damon, Matt Damon!), recitazione magistrale (è sempre un piacere vedere Pacino recitare - a differenza dell'ultimo De Niro, ormai la maniera di se stesso); solo la Barkin (col suo seno in paurosa caduta libera) appare un po' fuori tempo massimo. Forse il miglior film di Soderbergh.

I'm a cyborg, but that's ok di Park Chan-wook con Lim Su-jeong, Rain, Choi Hie-jin, Oh Dal-su... ***1/2
Non serve una seconda visione per capire che questo I'm a cyborg... non è un film minore e che il torpore finale di Lady Vengeance non era altro che un colpo di sonno al termine di un lungo viaggio attraverso l'impossibile (vendetta). Park sa di essere un genio (esagera, accumula, stupisce) e non sarò certo io a contraddirlo: la sequenza dell'immaginario sterminio a colpi di mani-mitra sarebbe calzata a pennello all'Elefante di Vant Sant e il ribaltamento prospettico del codice dello sguardo guidato, attraverso il primo pianosequenza, è semplicemente geniale e crudele allo stesso tempo. E non solo: casomai servisse, il Nostro ci ricorda come la trilogia della vendetta sia in realtà una trilogia dell'amore ("my love is vengeance that's never free"): un amore capace di farsi strada a martellate pur di sopravvivere; di sapere, credere... mangiare del cibo, sia esso riso o polpi vivi. Nel finale, un arcobaleno (gli stessi colori indicanti l'avvenuta ricarica del corpo-macchina) saluta il ritorno a una naturalezza di essere umani che non va data per scontata (e infatti non sappiamo se Young-goon rinsavirà: il dopo non importa, quel che conta è il qui e l'ora), anche perché è proprio disimparando ad amare che l'uomo impazzisce (come dimenticandosi di mangiare non può far altro che appassire). Istinti vitali, diremmo, in fondo siamo esseri umani. Ed è ok.
Death proof di Quentin Tarantino con Kurt Russell, Vanessa Ferlito, Jordan Ladd, Sydney Tamiia Poitier, Rose McGowan, Rosario Dawson, Tracie Thoms, Zoe Bell... **
Qualcuno mi spieghi il genio, l'originalità, il gusto estetico o anche solo il divertimento di riprodurre, anzi copiare nel 2007 un cinema povero e inconsapevole della sua presunta grandezza; montando volontariamente in maniera maldestra e fotografando come se trent'anni di progresso tecnologico non fossero esistiti. Qualcuno me lo spieghi. E non si dica “Libero, sfacciato, rivoluzionario...”¹, perché non è vero: ci troviamo di fronte a un ex amante del cinema ora cinefilo che tenta di sostituire un cinema normativo con altre norme, altre regole: un cinema che pretende d'essere libero, radicale, estremo ma nei suoi schemi e al proprio gioco, costringendo lo spettatore (possiamo non andare al cinema, ma una volta in sala non possiamo distogliere lo sguardo) non all'empatia (ché di emozioni neanche l'ombra) ma all'accettazione di un'idea di cinema limitata e regressiva che, seppure chiara nella mente del suo autore, stenta a emergere in una dimensione critica (il cinema è soprattutto una questione di responsabilità: il regista ha il dovere-potere di rispondere del proprio sguardo allo spettatore perché egli non può guardare ma potrà guardare). I tempi, del cinema e della Storia, sono annullati, un intero universo morale azzerato: Tarantino riduce la sua poetica a uno zero assoluto, riprende in brain storming muovendo la macchina da presa con paradossale rigore e s'avvicina alla mediocrità dell'amico-regista Rodriguez. Il suo ormai è un cine-giocattolo per cine-bambini dai 15 ai 40 anni, tanto sporco quanto innocuo e incapace di indicare una qualsiasi via da percorrere; e che raggiunge il suo scopo (divertire) se non per la firma che porta impressa (la sequenza del poliziotto trucidato ne La casa dei 1000 corpi – più geniale, da sola, di tutto Death proof – fu accolta in sala con una bordata di fischi: perché allora il pubblico italiano si sforza di ridere anche solo per l'entrata in scena di Tarantino? O per battute su film che non ha mai visto? Per non sentirsi tagliato fuori? Per non apparire da meno del sedicente cinefilo seduto accanto?²). In Kill Bill almeno c'erano delle storie, dei personaggi; delle forme cinematografiche perfette; in Death proof, niente: chiacchierate e inseguimenti, distribuiti a intervalli regolari in due distinti episodi-fotocopia; parole, parole, parole e nemmeno un dialogo che valga la pena di ricordare (escluso quello dei due poliziotti usciti da Kill Bill); un incidente automobilistico dal calcolato impatto spettacolare, versione più cruenta e gratuita del Crash di Cronenberg. Quo usque tandem, Tarantino?
1. Roberto Silvestri, Il Manifesto.
2. NdB: che A) non è un cinefilo B) non ride mai.