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Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro
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Trittico televisivo
Parte I
Parte II
Parte III
accoltellato *loading* volte
The good shepherd di Robert De Niro con Matt Damon, Angelina Jolie, John Turturro, William Hurt... *1/2
Spiace prendersela con De Niro, ma il suo film non è nemmeno noioso o pesante, peggio: va giù come un bicchiere d'acqua. Quello che doveva essere un whisky d'annata, ad alta gradazione e senza ghiaccio, è invece un bel bicchierone d'acqua calda: troppo lungo, parlatissimo, senza un sussulto, e in confezione extra-lusso. Matt Damon, poi, attraversa lo schermo senza cambiare espressione, scimmiottando il De Niro di C'era una volta in America, mentre la Jolie (isterica come non mai) urla e strepita in puro Muccino's style. Lo script di Eric Roth (un fitto intrico di flashback e complotti, pieno di questioni lasciate in sospeso: la contrapposizione famiglia/patria - non dovrebbero essere la stessa cosa? -, la fede nella democrazia e la fede in Dio - "Prima la CIA e poi Dio" -, le possibilità di un mondo senza sonoro - l'unico amore del taciturno protagonista sarà per una non udente) avrebbe meritato un regista visionario e non un ex-grandissimo attore dall'occhio onesto ma anonimo (classico, si dirà). Eliot Ness restituisce l'insulto a Capone: "Sei solo chiacchiere e distintivo!"
Stardust memories (Cosa vedi?)

Sunshine di Danny Boyle con Cillian Murphy, Chris Evans, Rose Byrne, Hiroyuki Sanada, Mark Strong... ***
Vediamo se rendo l'idea: Alien musicato dai Tangerine dream (periodo Zeit) e scritto da Tarkovskij. Oppure: Alien in cui al posto di Alien c'è Dio. Un Armageddon metafisico. Inevitabili suggestioni kubrickiane, buona musica (di John Murphy, Underworld e I Am Kloot), probabile lettura politica. Il finale sarebbe piaciuto a Escher.
Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck con Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur... ****
Incredibile come a contendersi l'Oscar per il miglior film in lingua straniera fossero due grandi esempi di forma-cinema perfetta, in cui è impossibile slegare storia, personaggi, emozioni, sottotesti, musica e visioni: se del Toro intendeva riflettere sul fantastico che permea e fugge la Storia, pensando il cinema e la realtà fuori da se stessi, von Donnersmarck riprende invece le pulsioni vitali di un fantastico (letterario, teatrale e ovviamente cinematografico) imprigionato nella Storia e preso nello sforzo finale di abbatterla, scardinarla; quello del tedesco è uno sguardo interno (alla Storia, dentro i personaggi - costretti in una planimetria del dolore segnata da muri solo materialmente impenetrabili), e quindi sofferto, che non cede al manicheismo e risponde con l'arma dell'ironia (Kammerspielfilm verrebbe da dire, se non c'avesse già pensato Noodles col suo rimando al Letzte Mann di Murnau). E c'è di che trarre una lezione di cinema: attori strepitosi e mai teatrali (tutti, nessuno escluso), confezione scintillante (ma di sostanza: regia invisibile eppure tangibile, con intelligente uso di lenti anamorfiche e un'illuminazione kubrickiana) e una scrittura che profuma (una volta tanto) di ottima letteratura. Il finale (con fermo-immagine truffauttiano: ma è giusto non rivelare altro) ci lascia con un nodo alla gola. Oscar meritato, ebbene sì.
Sketches of Frank Gehry di Sidney Pollack ***
Ultimamente sono usciti film bellissimi di cui s'è parlato pochissimo. Fra questi c'è Sketches of Frank Gehry (Schizzi di Frank Gehry, che scritto così sembra un film porno, eppure è molto più significativo di Frank Gehry – Creatore di sogni, essendo le bozze di Gehry il motore del film), documentario di Sidney Pollack (un grande che non si prende sul serio ma prende sul serio il suo lavoro, e per questo viene snobbato) sull'architetto canadese che ha rivoluzionato il modo di pensare l'architettura (come arte-contenente segnale del suo contenuto-arte nel territorio). Pollack è soprattutto interessato al momento della creazione e al metodo (l'ispirazione che viene da fogli di cartoncino, bicchieri di plastica, musica, pittori cubisti e Hieronymus Bosch), e cerca affinità col cinema: così l'architetto/scultore (o architetto/pittore) viene presentato come uno sceneggiatore/regista capace di tracciare i limiti della materia e quindi di plasmarla, grazie alla luce, che plasma e viene plasmata a sua volta: il cinema e l'architettura come due technai inquadrate in un sistema commerciale, in cui è il piccolo spazio d'autori(ali)tà a fare la differenza. Ma non si pensi a un'agiografia, ché Pollack, per quanto amico di Gehry, ne evidenzia la competitività ossessiva e le pose da “archistar”, dando la parola ai suoi detrattori (sotto accusa il divismo stilistico di alcune sue costruzioni: il Guggenheim museum di Bilbao, ad esempio, che sembra entrare in competizione con le opere d'arte al suo interno). Dopo Still life, un altro film da non perdere assolutamente - e che invece grazie alla geniale distribuzione italiana in molti avranno perso.