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Parte II
Parte III
accoltellato *loading* volte
Still life di Jia Zhang-Ke con Zhao Tao, Han Sanming, Hong Wei Wang... ***1/2
Censurato in patria (e praticamente anche da noi: le copie distribuite si contano sulle dita di una mano), il quinto film di Jia è il ritratto lucidissimo di un paese che sconta sulla propria pelle lo scarto di una contraddizione impossibile (comunismo/capitalismo), fra morti sul lavoro, cellulari di (pen)ultima generazione e calcinacci di un passato in demolizione: damnata memoria, non resta che aggrapparsi al paesaggio su una banconota o alla suoneria di un telefonino. Con una certezza, il digitale (che sia l'alta definizione manniana o la bassa di Jia, o la bassissima del Lynch inlandempiriano) come unico mezzo per recuperare il senso di stupore di fronte alle cose (un ponte che s'illumina di notte o il crollo di un palazzo... terrore, pericolo, dolore: il Sublime, si diceva) e tornare a guardare il mondo con occhi vergini. Va da sé che non piacerà ai "raziospettatori in cerca di logos"* e azione che vanno al cinema per tenersi svegli: a loro lasciamo il cinema-intrattenimento.
*Angelo Rizzi, il cinema di Insoliti Noti.
300 di Zack Snyder con Gerard Butler, Lena Headey, David Wenham, Vincent Regan, Rodrigo Santoro, Dominic West... **
In fondo 300 un'importanza ce l'ha: spingerci a riflettere sui limiti di ogni giudizio estetico. Fino a che punto la contemplazione del bello può prescindere da una critica/condivisione del suo contenuto? E soprattutto: possono le nostre convinzioni influenzare in maniera determinante la ragion critica? Perché il fascino visivo-grafico del film è davvero innegabile (avanzate al rallentatore che sembrano prese da John Milius, squarci di luce anti-naturalistica in mezzo alla battaglia, controluce perenni che nemmeno Janusz Kaminski), perfetta copertura di un apparato ideologico prima di tutto irrisolto: perché il sacrificio spartano? Per innata indole eroica (i discendenti di Eracle!), per ma(so)chismo del martirio (i soldati, sotto la pioggia di frecce, sembrano irridere la morte) o in forza di una legge crudele ma giusta (il finale a metà fra Il gladiatore e Hero)? Dovremmo essere di fronte a una sorta di esempio socratico in cui la violenza che uccide (l'unica salvezza) non è semplicemente subita ma inferta-subita bilateralmente? “È solo un fumetto!” mi si risponderà. Però delle due l'una: o i fumetti hanno la “dignità letteraria” che si meritano (per cui molti ancora si battono), che c'autorizza a scavare sotto la superficie, oppure non ce l'hanno, non andando oltre la bidimensionalità della pagina/schermo e vanificando ogni approfondimento. Volendo propendere per la prima ipotesi (e lasciando agli esperti la questione della corrispondenza con l'originale cartaceo), dico: il film è bello (forse la migliore trasposizione cinematografica di un fumetto che si sia mai vista, se si eccettuano Burton e Raimi); tuttavia, per digerire anche solo un boccone del supereroismo wagneriano di Miller/Snyder (da considerarsi, quest'ultimo, un Autore a pieno titolo), mi ci sono volute due pasticche di Maalox. C'est la vie.
Death of a president di Gabriel Range con Hend Ayoub, Brian Boland, Becky Ann Baker, Robert Mangiardi, Jay Patterson, Neko Parham... **1/2
M'immagino se questo film l'avesse diretto Oliver Stone. Innanzitutto sarebbe durato quattro ore, delle quali almeno la metà incentrate sul corpo di Bush che cade al rallentatore dopo lo sparo e il resto in tesi di complotto. E si sarebbe chiuso con palle di fuoco del Signore, raggi di luce metafisici e un fermo immagine della bandiera americana con Stone in sottofondo che legge il primo emendamento. Sarebbe stato peggiore, e forse più memorabile. Intendiamoci: chi è che ancora crede veramente (se non sotto cura Ludovico) alle Guerre di Pace e o all'11 settembre come esclusiva opera di Al Qaeda? Nessuno. Lo spettatore smaliziato, cinico rischia allora di trovarsi immunizzato contro un film altrimenti abile a catturare la sua attenzione, intelligente e persino toccante nel suo concludersi sommesso, crepuscolare. E che contiene in sé una riflessione non scontata sul cinema come visione improbabile di un mondo possibile (e non più visione possibile di un mondo improbabile) o rappresentazione reale del falso (e quindi realtà realistica, in quanto sua rappresentazione). Peccato solo che molti intervistati recitino palesemente, con buona pace della forza della messinscena.
Saw III di Darren Lynn Bousman con Tobin Bell, Shawnee Smith, Angus Macfadyen, Bahar Soomekh... **
Al terzo episodio, Jigsaw mette in gioco la sua vita, e quella delle sue due (ma potrebbero essere di più) vittime. Dopo un inizio agghiacciante ma schematico, la parte centrale è un capolavoro di montaggio temporale senza cedimenti e sevizie a geometria variabile, che tanto indigneranno gli insopportabili ben pensanti della critica italiana e i codini ancora attaccati a forme ammuffite di cinema normativo; solo che, al momento di scoprire le carte, gli sceneggiatori non hanno più assi da giocare, lo spettacolo si sgonfia e il colpo di scena (che era il punto di forza dei precedenti capitoli) non arriva. Interessante, comunque, il ribaltamento finale della “morale degli schiavi”: perdonare è incapacità di vendicarsi, di ri-valersi, di far valere un proprio diritto. Inferiore agli altri due Saw, ma superiore a gran parte degli horrorucoli che passano sugli schermi ultimamente.
Politica degli autori, bye bye... (I sommersi e i salvati #3)
Le colline hanno gli occhi di Alexandre Aja con Aaron Stanford, Emilie De Ravin, Dan Byrd, Tom Bower, Michael Bailey Smith... **
Un'occasione sprecata. L'originale poteva essere tranquillamente superato (non sono un grande estimatore del Craven anni '70: i capolavori - Nightmare e Il serpente e l'arcobaleno - vengono dopo, come pure le perle Sotto shock e La casa nera; e Scream, che ha segnato – purtroppo - un'epoca): inizio teso, convincente e sviluppo interessante, con una serie d'efferatezze impressionante per furia visionaria (in breve sequenza: un rogo, uno stupro, una fucilata nel ventre e un cranio esploso); poi però le metafore si fanno più schiaccianti, e banali (una bandierina americana piantata in fronte e uno storpio che canta The Star-Spangled Banner!), sdrammatizzando (paradossalmente) la portata politica dell'insieme, che sfocia nel solito finale in cui l'America democratica ritrova se stessa vincendo la violenza con la violenza (la violenza che pre-vale, obbliga dopo aver vinto... se stessa). Alla fine rimane solo l'horror: il che non è necessariamente un difetto.