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Bateman begins
La ricerca della felicità di Gabriele Muccino con Will Smith, Jaden Smith, Thandie Newton... *1/2
Muccino, alla prima trasferta americana, non ha nemmeno bisogno di rinunciare al suo stile: corse, urla, pianti e traffico ipercinetico alla Koyaanisqatsi. A essere onesti gli si deve riconoscere il talento narrativo (ma non visivo), l'intelligente ricostruzione d'epoca e l'abilità nello sfruttare l'ambientazione di San Francisco, quasi a farne una replica della Roma de L'ultimo bacio; anche se la sensazione è che il film sia più dello sceneggiatore (già autore del più riuscito The weather man) che del regista. Will Smith poi è un grande attore e merita l'Oscar, ma la questione è un'altra: La ricerca della felicità è l'apologia della plutocrazia. Passi l'esimente dell'opera prima americana che non permette svolazzi né critiche al sistema, ma è inammissibile la rappresentazione di un mondo di clochard senza nome e senza volto, tutti ladri e sporchi e puzzolenti in contrapposizione all'alta società non solo bella e ricca, ma anche simpatica e altruista. E nel finale si piange non tanto per la sorte dei protagonisti (perché poi?) ma per quella massa senza diritti che in quanto debole e meno determinata non vedrà mai la luce. Capolavoro coerente di socialdarwinismo, un American psycho al contrario.
Rocky Balboa di Sylvester Stallone con Sylvester Stallone, Burt Young, Milo Ventimiglia, Geraldine Hughes, Antonio Tarver... ***
Stallone dà l’addio al suo Rocky (al nostro Rocky): lento e disilluso come un vecchio pugile, presta il fianco al sarcasmo della superiore critica italiana (“Noi c’abbiamo Muccino, che ce ne facciamo di un altro Rocky?!”), incapace di capire quando qualcuno scrive e gira col cuore, e per il cuore. Un discorso critico sarebbe di per sé ingiusto (Eastwood e Hill i numi tutelari, comunque): cinema senz’altro anacronistico, retorico, patetico. Eppure magnifico.
The science of sleep di Michel Gondry con Gael García Bernal, Charlotte Gainsbourg, Alain Chabat, Miou-Miou, Emma de Caunes... ***1/2
Dovremmo pagare il doppio del biglietto tutte le volte che un autore chiude una storia d’amore senza happy end, rendendola così vera, e ci risparmia battute da coma diabetico fulminante, rendendola così falsa (e pur se impregnata di un malinconico senso di fine, la storia d’amore che tutti vorremmo – avremmo voluto – avere). Il triplo, ancora, se il regista in parola, pur avendo la possibilità di giocare con la relazione sogno/realtà come un Kaufman (o un Nolan) dei poveri (cfr. The machinist di Brad Anderson, scritto da Scott Kosar), preferisce stupire con una visionarietà fieramente altra rispetto ai canoni del cinema moderno, dicendo moltissimo, senza strafare, su amore, cinema e sogno (estromettendo la realtà). Quando poi protagonisti sono un Elijah Wood con l’espressività di Mr. Bean (credeteci o no: è un complimento), delicato spaesato inerme patetico emozionante, e una figlia due volte d’arte, non proprio bella né brava (non quanto la Winslet del precedente Eternal sunshine of the spotless mind), eppure così desiderabile, allora dobbiamo prendere atto che il biglietto non è per le nostre tasche. È inestimabile.
Serafino
Solo tre cose e in ritardo (tranne una):
- La classifica ufficiale 2006 di Cinebloggers Connection.
- The 2006 Classificone Aggregator.
- Auguri, Bîto.
12/01/1985
Ah, but I was so much older then, I'm younger than that now.
Casino Royale di Martin Campbell con Daniel Craig, Eva Green, Judi Dench, Mads Mikkelsen, Giancarlo Giannini... ***
Un plauso a Daniel Craig, osteggiato da esperti e fan accaniti dell’agente segreto britannico per il suo aspetto da strongman polacco e invece capace di reinventare il personaggio di Bond in maniera intelligente e ironica, come nemmeno Brosnan (che dalla sua aveva il physique du rôle) ha saputo fare: il suo 007 è rude, ingenuo, sfrontato, inesperto e anche un po’ goffo, americanizzato, senza dubbio, e quindi al passo coi tempi (“American tourists/flock to see the village green/They snap their photographs/and say "Gawd darn it, isn't it a pretty scene?”, citando i Kinks di The village green). Ma un plauso anche a Martin Campbell, deus ex machina per la seconda volta (aveva già riportato in auge la serie nel ’95 con GoldenEye), la cui regia riprende l’action movie americano post-John Woo e pre-otturatori al millesimo di secondo (Jonathan Mostow, per capirci) per regalarci l’inseguimento più divertente dai tempi di Terminator 3 (il semi-parkour interminabile fra strade, cantieri, gru e ambasciate in Madagascar). Bellissime (le più belle, dopo Ursula Andress) le Bond girl Caterina Murino ed Eva Green. Come al solito imperdibili i titoli di testa, coloratissimi e pop, sulle note di You know my name, scritta per l’occasione da Chris Cornell, che a questo punto vorremmo sentire più spesso al cinema che non allo stereo di casa.