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Parte I
Parte II
Parte III
accoltellato *loading* volte
Il labirinto del Fauno di Guillermo del Toro con Ivana Baquero, Sergi López, Maribel Verdú, Ariadna Gil, Doug Jones... ****
Dopo Blade II e Hellboy, non era difficile immaginare un capolavoro simile. Anzi, insieme a Hellboy e La spina del diavolo può considerarsi parte di una trilogia del fantastico che pervade (ed evade) la Storia. Certa critica, ormai cieca per la vecchiaia, nomina Tim Burton: ma non si potrebbe pensare a due registi più diversi per sensibilità e immaginario. E si lasci perdere pure Lady in the water, ben più ottimistico e meta-cinematografico solo all’apparenza. Del Toro riesce a pensare il cinema e la realtà fuori da se stessi, trovando semmai una pietra di paragone in Buongiorno, notte di Bellocchio, Kammerspielfilm onirico e spesso malinteso. Una forma cinematografica perfetta (come Miyazaki), che rende superflua ogni speculazione (dialettica, filosofica, intellettuale, comunque la vogliate chiamare: tanto è superflua anche questa non-recensione); ma soprattutto un racconto cupo, ultraviolento, educativo, antitesi dell’off-screen disneyano di Bambi, colmato di sogni anni Ottanta puri, superstiti di quell’olocausto metafisico che sono stati i Novanta (storici e cinematografici).
Marie Antoinette di Sofia Coppola con Kirsten Dunst, Marianne Faithfull, Steve Coogan, Jason Schwartzman, Rip Torn, Rose Byrne, Judy Davis, Asia Argento... **
Come promesso, ecco la mia recensione. Rovistando fra i commenti del passeggero capolavoro recensoreo, troverete il mio parere sul film. Con due sole postille: come appendice alla serie The work of directors (dedicata a sommi dell'arte del videoclip, Jonze e Gondry su tutti), sarebbe perfetto. E mi stupisco che non ci sia nemmeno una canzone dei Pulp.
Driving me backwards (kids like me gotta be crazy)
Pubblico dietrofront su almeno due film: Flags of our fathers passa da ***1/2 a *** e The departed da *** a **1/2. I voti non rispecchiavano né il valore effettivo né il parere espresso nella recensione. (E per i completisti dei Cahiers: King Kong viene aumentato a ***1/2, dopo un anno di rimuginamenti).
Cunts are still running the world
I figli degli uomini di Alfonso Cuarón con Clive Owen, Michael Caine, Julianne Moore, Claire-Hope Ashitey, Peter Mullan... ***
Una sorpresa. A Cuarón non avrei dato una lira (e in effetti non gliel’ho data, i biglietti erano omaggio, una volta tanto). Invece: attori perfetti (Owen, sempre più convincente, ma anche Caine, Mullan, la Moore e la giovanissima Ashitey, doppiata in maniera vergognosa), regia da primo della classe (semi-documentaristica: macchina a mano, pochissimi stacchi), ambientazioni fra il Vietnam londinese di Full Metal Jacket e l’apocalisse autostradale di 28 giorni dopo, almeno tre piani sequenza indimenticabili (quello iniziale nel bar, l’agguato alla macchina e la rivolta finale) e la colonna sonora dell’anno (King Crimson, Radiohead, John Lennon, Jarvis Cocker, The Kills, Libertines, Deep Purple, Aphex Twin, Handel, Mahler e Battiato che rifà Ruby Tuesday degli Stones). Se avessero tagliato l’80% dei dialoghi (teosofici, a volte ironici, per lo più inutili), sarebbe stato un capolavoro.
Flags of our fathers di Clint Eastwood con Ryan Phillippe, Jesse Bradford, Adam Beach, Barry Pepper, Paul Walker, Robert Patrick... ***
Un’opera che disdegna semplificazioni, in ogni senso. Per nulla pacifista innanzitutto, ma dalla parte di chi la guerra l’ha combattuta, senza distinzioni. Per nulla pacifista, ancora, in quanto evita la dialettica inclusiva/esclusiva del buono/cattivo, eroe/vigliacco. Creiamo le certezze in cui abbiamo bisogno di credere, creiamo ciò in cui crediamo: siamo tutti eroi perché gli eroi non esistono, è questo l’epitaffio di un’umanità che vive un eterno tramonto, e la morale di un film che si vorrebbe elegiaco ed è invece più pessimistico de Gli spietati. Se vogliamo rendere vero onore ai protagonisti silenziosi di quella realtà complessa (e inevitabile, sembrerebbe suggerirci Eastwood) che è la guerra, dobbiamo allora mostrare i loro volti, raccontare le loro storie, le storie di soldati che non combattevano per la loro patria (se non ufficialmente), ma per il compagno che li precedeva, ugualmente esposto al fuoco del nemico (a cui presto verrà data voce in Letters from Iwo Jima), nell’unica unione concepibile della storia americana (qui si vede il Paul Haggis del sottovalutato/sopravvalutato Crash). Storie, va da sé, che siano scevre delle menzogne, nemmeno troppo celate, di una politica delle passioni fredde e degli interessi economici, alla caccia di eroi a tempo determinato per sostenere le sue transazioni.
Anche di fronte a tale fermezza e coerenza di contenuti, la tenuta cinematografica non passa in secondo piano: Eastwood non sbaglia un movimento né uno stacco, conosce alla perfezione il cinema classico e il suo sbarco non è certo da meno di quello spielberghiano in Normandia; si perde giusto nell’ultimo quarto di film, in cui l’affastellamento eccessivo di piani temporali e flashback stordisce, disperdendo una parte della forza emotiva del pur bellissimo finale, in cui la (falsa) bandiera americana lascia il posto alle navi da battaglia schierate a largo di Iwo Jima.
Non mento mai, anche quando dico le bugie.
Non so se vi sia capitato di mettere Studio Universal venerdì scorso, intorno all’una di notte, e assistere a uno degli spettacoli (non solo sonori, d’altronde) più raccapriccianti della storia del cinema e dell’umanità tutta, forse: Scarface di De Palma ridoppiato. Non un doppiaggio professionale ma senz’anima come quello di C’era una volta in America in dvd, nemmeno qualcosa di tenero e (involontariamente) comico come il doppiaggio delle parti aggiunte a Il grande dittatore nel 2003: stiamo parlando di un rutto in faccia a Pacino e Amendola, di crema di materia gialla che esce dall’occhio di un cane morto sotto forma di doppiaggio pietosamente monodico e (soprattutto) monotono. Praticamente ci sono solo due doppiatori: un leghista e uno che manco parla italiano (e perdonate l'endiadi sinonimica). Il leghista, ispirato dal Brando del Padrino, si riempie la bocca di polenta e doppia Pacino (rima inclusa), e narcotrafficanti vari, ma questa volta senza polenta (e senza rima), in lombardo spinto. L’altro, il presunto straniero, probabile americano, parla come Dan Peterson che incontra Mal dei Primitives. Insomma, se ve lo siete perso e non potete fare a meno di farvi del male, digiunate per una settimana e aspettate il prossimo passaggio televisivo.
In the year 33 A.D. ...
Fascisti su Marte – Una vittoria negata di Corrado Guzzanti e Igor Skofic con Corrado Guzzanti, Andrea Blarzino, Marco Marzocca, Lillo Petrolo, Andrea Purgatori, Andrea Salerno... ***
Rielaborando alcuni episodi dell’originale striscia all’interno de Il caso Scafroglia, sullo stile dei cinegiornali d’epoca e con tanto di effetti digitali caserecci, Guzzanti (aiutato da Igor Skofic) firma la sua opera prima e assieme uno dei film italiani più importanti dell’anno, accanto a Il caimano e Il regista di matrimoni. Gli si perdonano le lungaggini e la confezione a tratti approssimativa, perché la sua è satira vera, anarchica, terroristica, attuale, che non si ferma nemmeno davanti alla Madonna o alla Shoah; e perché le gag si mantengono spesso fra il geniale, lo psichedelico e l’esilarante. Si scorge poi l’influenza di certa ironia paradossale e graffiante alla Salce, mentre il lavoro sul testo, ricalcato sulla ridonante retorica di regime, è minuzioso e riuscito. Curiosità: il finto cartone animato di propaganda Il silicio sanzionista ricorda il simpsoniano Lavoratore e parassita, sostituto di Grattachecca e Fichetto durante una delle (numerose) crisi economiche e artistiche di Krusty.