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Il regista di matrimoni parte 1/2
Prima recensione (dell'anonima recensori) dell'ultimo film di Bellocchio. La seconda sarà la mia.
Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio con Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Cavina, Maurizio Donadoni… ***
Ho visto dopo molti anni 8 e 1/2 e finalmente l’ho capito; l’ho capito senza cercare quel significato profondo, incluso, celato che la critica e la cultura in generale vi avevano riposto e che non riuscivo a condividere. Forse è così per molte opere d’arte: devi avere la pazienza di maturare per poter essere capito fino in fondo, appreso più che interprete della stessa opera. E’ una coincidenza magica che si verifica ogni volta. Così accade per il Regista di matrimoni, opera ultima di Marco Bellocchio.
La storia in se è già intrigante: il regista Franco Elica, che mentre prepara i Promessi sposi fugge perché inseguito da una denuncia di violenza carnale, incontra casualmente su una spiaggia siciliana un umile regista di matrimoni. Questi, riconoscendolo, lo ospita e lo presenta al principe spiantato del paese, che sta maritando (per interesse) la propria figlia. Elica si innamora della giovane che lo turba profondamente e – tra sogno e realtà – si avviluppa in un percorso che lo porterà alla fuga, vera o immaginaria, con la giovane sottratta al suo destino.
Nulla è casuale in questo film. La ragazza che seduce Elica, la splendida Donatella Finocchiaro, misteriosa e inquietante, riproduce il sentiero di discesa carnale della sventurata Monaca di Monza. Il Principe, un affascinante Sami Frey sottratto all’oblio del suo trascorso destino di playboy, è in sè Innominato e Don Rodrigo, dubbioso e spietato. E anche gli altri vanno a costituire un coro che accompagna lo svolgersi, sul duplice registro della pellicola e del digitale, di eventi sospesi tra immaginazione e realtà.
Due quindi le tematiche sottostanti: una vicenda manzoniana senza la fede, su un piano; un richiamarsi profondo tra conscio e inconscio, secondo l’ermeneutica analitica cara a Bellocchio, su un altro piano.
L’insieme è un’offerta allo spettatore: scegliere, schierarsi, per istinto, per vocazione, o dalla parte della razionalità credente (ho bisogno di un dio che mi offra le ragioni di un’esistenza) o il sentir-si in un fluire di incrociati piani di presentazione. Essere presenti senza scarti metafisici all’interno di eventi, senza ragioni, senza rappresentazioni.
E’ – presentato in modi e con sensibilità diversi – il tema di 8 e ½, solo che Fellini, vero dionisiaco, si abbandona all’inquietudine dell’incomprensione, alle domande vane, al circo, alle maschere, al girotondo finale, senza chiave interpretativa che non sia quella del disegno surrealista, della destrutturazione del linguaggio cinematografico che dopo quel film cambierà radicalmente.
Bellocchio ha un’altra storia: deve rescindere con convinzione il legame col cattolicesimo, non gli è bastato L’ora di Religione, ha dovuto andare oltre e prendere il cuore del problema al punto più alto: Manzoni e la Fede, cara, immortale, disperdendoli entrambi in un discorso di quiete, di rasserenamento della passione perseguito con forza dal personaggio principale, l’alter ego di Bellocchio, l’ottimo e sempre sorprendente Castellitto.
Sullo sfondo un personaggio felliniano puro, il regista Smamma, cameo eccellente di Gianni Cavina, attore preferito di Pupi Avati qui sottratto alla narrativa provinciale e piccolo borghese dell’autore bolognese e riportato nei chiaroscuri dei confini della coscienza. Forse qui c’è qualche sbavatura, qualche richiamo un po’ polemico e a mio avviso fuori luogo sul cinema e sulla critica: è come un irrompere incontrollato di una polemica tardiva e inefficace, in un contesto ben più meritevole.
Il film va visto con disponibilità, sapendo che in questa come in altre situazioni autoriali, bisogna lasciarsi prendere dalle immagini senza contrapporre resistenze strutturate. L’abbandono è ben ricompensato. Il treno, fil rouge del racconto, può portare verso la pace; e non è poco. E’ una speranza, quella speranza che invece in Moretti non c’è.
Questa recensione non è mia, ve l'assicuro - parte V
Le false verità di Atom Egoyan con Kevin Bacon, Colin Firth, Alison Lohman, David Hayman... ***
Dove sta la verità? Il gioco di parole del titolo originale è evidente (Where the truth lies). L’ultimo film di Atom Egoyan è un’indagine sull'occultamento della verità attraverso le pieghe di tante presunte (e credibili) verità. Così la storia, per alcuni versi anche prevedibile: negli anni ’70 la giovane scrittrice Karen O’Connor (Alison Lohman) vuole scrivere un libro sui due presentatori di Telethon Lanny Morris (Kevin Bacon) e Vince Collins (Colin Firth), che all’apice del successo si divisero per la morte di una giovane cameriera nella loro camera d’albergo. La trama non è altro che mero scenario, contesto, sfondo. In primo piano si stagliano i percorsi umani, indicibili e contraddittori, di personaggi che non hanno mai avuto il coraggio di andare a fondo nella ricerca.
Film di attori – tutti bravissimi, senza esclusione – e di sensazioni, film di atmosfere. Sembra quasi che un Marlowe invisibile partecipi all’indagine e con la sua disincantata amarezza guardi ai destini infelici dei personaggi perduti irrimediabilmente nello splendente e cinico mondo dello spettacolo.
Egoyan è un regista serio, attento ai limiti, ricorda per certi versi l’ultimo Truffaut di Finalmente domenica, ha lo stesso taglio, lo stesso occhio ed è cresciuto con la stessa cinematografia. Così il quarantaseienne canadese di origini armene, rinnegate si dice, ha ancora dopo lo splendido Dolce Domani il coraggio di cercare, di disvelare, di rappresentare: per dirla in modo saccente, collocandosi tra Schopenhauer e Nietzsche, tra il dubbio e la critica estrema.
Steven al RIFF
Dal 7 al 14 aprile 2006, al cinema Embassy: Roma Independent Film Festival. Temo non abbiano spiegato a questi pseudo-registi che non basta una handycam per essere indipendenti. Io che prendo il sole a Marina di Massa non è indipendente. Paris Hilton che immortala le sue sveltine coi vip di turno non è indipendente. Le idee ci sarebbero pure, ma manca la sensibilità, il rigore; se non proprio le competenze. Cinema morto che parla a se stesso, e nemmeno si capisce. Non c’è spinta, non c’è oltraggio. Le coscienze non si smuovono. Di genio manco a parlarne. Ne usciamo indifferenti.
I corti stranieri non sono nemmeno male, ma mica siamo tutti intellettuali! E poi non si può spiegare il senso della vita a vent’anni, con le solite metafore e la macchina fissa che fa tanto “autore”. Immaginatevi un Louis Nero che ha visto troppi film di Tsai e Tarkovskij.
I corti italiani sono meno pretenziosi e arroganti, scelgono temi più abbordabili (l’inquietante pratica del parkour o le marionette di una famiglia romana) e hanno l’occhio del documentario (sanno mettersi da parte e far parlare le immagini). Peccato ci siano troppe interviste (inutili) e non vadano sostanzialmente da nessuna parte. Quando poi tentano il colpo di classe c’è di cui impaurirsi.
La sezione canadese è esilarante: un filmetto indecoroso che stonerebbe anche nei Corti di Canale 5 del 1992; un cortometraggio d’animazione digitale senza capo né coda, dialogato in un linguaggio incomprensibile e tecnicamente inferiore al peggior video degli Eiffel 65; un documentario noiosissimo su petrolieri senza scrupoli in Ecuador (che scoperta!), con tanto di regista-eroina che se ne va in giro come un Michael Moore in gonnella. Sonore risate in una sala vuota (a parte qualche altro –divertito- sprovveduto). Per fortuna ci si rifà gli occhi con lo splendido A half man di Firas Momani: un Ulisse dimezzato che perde (letteralmente) se stesso fra i fumi di una civiltà crudele. Tempi moderni ripensato e musicato da Aphex Twin, se riuscite a immaginarvelo.
Su The door di Vladimir Kott è meglio stendere un velo pietoso. Film russo in versione originale senza sottotitoli (ma con sottotitoli in tedesco!), bianco e nero slavato, atmosfera generale da Kusturica dei poveri. E ce ne vuole.
Ma veniamo all’evento clou del festival: News from Home di Amos Gitai. Il regista israeliano ritorna nella Casa (non quella casa!) del 1980 e completa la trilogia continuata con A House in Jerusalem del 1998. Il destino aleggia in questi non-luoghi così lontani così vicini, mentre il futuro sembra non arrivare mai. Tutto molto bello. Per quanto mi riguarda, ho retto fino a tre quarti di proiezione. Stravolto, non ho potuto resistere al richiamo del buffet africano allestito fuori dalla sala. E mentre al Jerry, fra un involtino primavera africano e un’oliva ascolana africana, scappava un giudizio ben poco lusinghiero sulla tenuta cinematografica del suddetto documentario, da quelle parti capitava proprio Amos Gitai, più aleggiante del destino sui non-luoghi, mettendosi le mani nei capelli; e cercando, nel contempo, un coltello da affondare nel pecorino di Valmetauro. Rigorosamente africano, s’intende.
Inside man di Spike Lee con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer, Willem Dafoe... ***1/2
Impossibile raccontare la trama del film senza rovinarne la visione. Basti sapere che si tratta di un congegno perfetto, “senza intoppo”. Talmente perfetto da lasciare spazio ad un saggio (ironico) su utilitarismo e xenofobia, con tanto di finale beffardo stile anni ’70. Attenzione, però: sullo sfondo c’è il dolore per l’11 settembre, incancellabile. Washington supera se stesso, Owen ha la solita maschera da cattivo di pongo, mentre la Foster smette (finalmente!) di autocelebrarsi; Dafoe ormai sceglie solo ruoli minori, e fa bene. Da scaricare la trascinante Chaiyya Chaiyya Bollywood Joint, con Panjabi MC.
Un Dvd di Passaggio
Napoleon Dynamite di Jared Hess con Jon Heder, Jon Gries, Efren Ramirez, Aaron Ruell... ***
Siamo nel 2004, ma sembrano gli anni ’80, con tanto di zio-venditore relitto di un’epoca passata. Napoleon Dynamite (pseudonimo di Elvis Costello in un album del 1986, appunto) aiuta l’amico Pedro a vincere le elezioni scolastiche e trova (forse) una fidanzata. I fighetti hanno perso, il mondo è in mano ai nerd. Il piglio stralunato nasconde un vuoto che fa orrore, una generazione mai cresciuta e senza punti di riferimento, indifferente allo scorrere del tempo. Felicità, dolore e rabbia implodono lasciando un retrogusto di speranza, in un finale di grande sensibilità (come il resto del film). La sequenza del ballo scolastico è visivamente miracolosa.
Dear god...
Sorry to disturb you,
But I feel that I should be heard loud and clear.
We all need a big reduction in amount of tears,
And all the people that you made in your image,
See them fighting in the street,
’cause they can’t make opinions meet,
About god.
I can’t believe in you.
Did you make disease, and the diamond blue?
Did you make mankind after we made you?
(A. Partridge)
Nel caso vi venisse in mente di confermare il governo Berlusconi:
“Credo che, se oggi noi tutti non fossimo cristiani, veramente saremmo favorevoli alla pena di morte"1 Pier
Ferdinando Casini, presidente della Camera.
"Gli assassini del piccolo Tommaso vanno giustiziati. Subito un referendum per chiedere al popolo italiano la istituzione della pena di morte per chi uccide i bambini" Alessandra Mussolini, segretaria nazionale di Alternativa Sociale.
1. Io, che non mi definisco "cristiano", sono quindi più propenso a essere favorevole alla pena di morte?