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Parte II
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Il caimano di Nanni Moretti con Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Michele Placido, Nanni Moretti... ***1/2
Un film di Nanni Moretti su Nanni Moretti che produce un film su Berlusconi interpretato da Nanni Moretti. Meno felliniano di quanto si credesse, e forse più kitaniano, Il caimano è l’atto politico che tutti aspettavano: non un attacco frontale al Cavaliere, bensì un ritratto triste, ironico, non ancora cupo di un’Italia paralizzata, senza coraggio. Il cinema italiano, stretto nella morsa del revisionismo trash, accampa vane pretese autoriali, vivendo nel ricordo; la famiglia attraversa la sua più grande (definitiva?) crisi. Quello che è stato sbandierato ai quattro venti come “un film su Berlusconi” (da Moretti stesso) è in realtà un film sull’Italia berlusconiana. Sì, proprio l’italietta che da tempo (da dodici anni, precisamente) scava nella terra per andare sempre più giù. La stessa italietta che con ottimismo stridente il centro-destra tenta di far assurgere a modello di “bel paese” (pizza, spaghetti, mandolino, sole: questo il succo dell’intervento del Presidente del Consiglio alla seduta dell’Europarlamento di Strasburgo). E così, quando Bruno Bonomo (produttore scalcinato in rotta con la moglie e costretto a dormire fra le pellicole nel magazzino della sua casa di produzione: un’altra metafora?) racconta ai figli la storia del suo nuovo film (Il caimano, appunto) e questi, seccati, gli chiedono di passare a un’altra favola, si capisce che ormai non c’è più la voglia di credere a proclami bugiardi, si vuole tornare a sognare. Col cinema, magari.
Difetti ce ne sono, a cercarne: il corteggiamento post-divorzio sulle note di Damien Rice poteva essere evitato, Moretti a stento riesce a controllare il suo sarcasmo (specialmente nella sua prima, profetica, apparizione) e i dialoghi familiari tendono a essere urlati (colpa della Buy forse, ma anche di alcuni muccinismi di troppo). Pecche comunque leggerissime, che non intaccano il valore (immenso, per in nostri tempi) dell’opera e la sua coerenza di visione. Tra l’altro, Silvio Orlando ci regala la sua migliore interpretazione e Michele Placido è delizioso nella parte di un attore in vestaglia pavido e un pò Califano.
Disclaimer: ho odiato Matrix. Ho sgranato gli occhi in due sequenze di Reloaded. Ho vomitato durante Revolutions. Non ho letto il fumetto. Siete avvertiti.
V per Vendetta di James McTeigue con Hugo Weaving, Natalie Portman, Stephen Rea, Stephen Fry, John Hurt... **1/2
Da Zabriskie Point e Apocalypse now a V per Vendetta, passando per Fight club: la distruzione come conflagrazione generale nel mito stoico e ritorno all’eterno ritorno della Storia. Praticamente un Ritorno al futuro. Fantascienza da bere, quindi. E ce la beviamo. L’anarchico insurrezionalista V, con la mania per le lame e l’allitterazione, è personaggio carismatico, come ne uscivano dai romanzi d’appendice ottocenteschi; una presenza fisica aleggiante, un’idea forse che pervade l’intero gesto filmico e la memoria dello spettatore: prima/mentre/dopo. Grazie, V. Grazie a Alan Moore e David Lloyd. I fratelli Wachowski, da par loro, ci mettono la filosofia spicciola (come in Matrix) e una storia d’amore che più inutile non si può. Puro populismo hegeliano sotto forma di marcia (recentemente) zombiesca, rappreso in spirito della Storia che muore, sceso da cavallo, adagiato su letto di rose manco fosse Lord Vader o Papa Giovanni Paolo II. Arriva poi la metropolitana, mai in ritardo sulle tirannie, che porta con sè Peter Parker, (Patrick) Bat(e)man e i guerrieri della notte, salvata-precipitata-esplosa sull’altare del bisogno d’eroi di ogni nazione. V per Vendetta è epos pre-digitale digitalizzato, che alterna genio e demenza: un sussurro di morte al buio (sublime!), satira politica con inseguimento (à la Benny Hill), flashback altamente infiammabili, discorsi alla nazione con lo share dello 0% (“Togliete Dio dai libri e lo ritroverete per le strade!” E anche nella pioggia, aggiungerei). Nel frattempo, non stupitevi, sentirete la voce di Antony. Ma il finale è già arrivato: bla bla bla, svolte metafisiche (in)attese e irrisolte, il vago sentore che alla fin fine questo James McTeigue (con alle spalle la trilogia di Matrix e l’episodio II di Star Wars) non è per nulla un pessimo regista. Ev'rywhere I hear the sound of marching, charging feet, boy...
Per chi pensa che non saranno i due confronti televisivi a cambiare le sorti delle politiche 2006:
Il mio voto è già suo. Cthulhu! Yak, Shirahia, Shimul, Shirshihshiha, Shas, Shusha!
Il film l’ho veduto più di una settimana fa, ma non avevo la voglia (e il coraggio) di postarne una recensione.
Il mio miglior nemico di Carlo Verdone con Carlo Verdone, Silvio Muccino, Ana Caterina Morariu, Agnese Nano, Paolo Triestino... *1/2
Dopo le ultime sortite nella commedia romantica, s’era creduto che Verdone avesse trovato una serena maturità. Peccato che Il mio miglior nemico sia in assoluto fra i peggiori film che abbia girato. Atmosfera da telefilm stantio, trovate vecchie di vent’anni, pretestuosi (e ridicoli) rimandi all’Edipo re (ma mi faccia il piacere!), critica/riflessione/elogio fuori tempo massimo della famiglia. E con una parte centrale che mette più brividi di Hostel. Silvio Muccino è una garanzia: gli attori si urlano addosso; Verdone attore non è mai stato così antipatico. La comicità è puro De Laurentis-style: cacche calpestate, guardoni in romanesco, lombardi incomprensibili, parenti dai falli penduli. Non fa mai ridere (a parte la scena del pronto soccorso) e la sceneggiatura (riscritta sette volte: tempo perso) è la fiera del buco, come e peggio dell’ultimo Benigni.
Questa recensione non è mia, ve l’assicuro - parte IV
Piano 17 di Antonio e Marco Manetti con Giampaolo Morelli, Elisabetta Rocchetti, Enrico Silvestrin... ***
La Bildung di Marco e Antonio Manetti – diciamocelo in tutta franchezza – è piuttosto trash: videoclips, Zora la vampira, ecc. Ma con Piano 17 i due giovani cineasti hanno fatto un salto di qualità, producendo e dirigendo un film asciutto, dal ritmo perfetto, senza sbavature, interpretato in modo sobrio e incisivo da attori credibilissimi.
La storia: un criminale deve riscattare la sua libertà facendo saltare l’ufficio di un manager che ricatta la sua informatrice. L’uomo, un giovane impiegato e la segretaria/amante del manager si ritrovano bloccati in un ascensore, mentre scorrono i minuti per l’esplosione della bomba e non arrivano i soccorsi della banda, una banda ambigua...
Girato con poche migliaia di euro, con gli attori che non hanno accettato compensi anticipati e una storia semplice ma gestita con intelligenza (altro che Gaghan...), Piano 17 è una bella sorpresa e sembra che il background dei Manetti Bros abbia funzionato come antidoto alla retorica o all’intellettualismo di molto cinema italiano.
Un bel film (proprio!), semplice, chiaro, comprensibile, teso e non banale, direi seducente.
Che dire degli attori: eccellente il trio Giampaolo Morelli (anche co-sceneggiatore), Elisabetta Rocchetti e Giuseppe Soleri, buona l’interpretazione di Silvestrin. Domani potrebbe accadere che la loro parte sia recitata da attori americani – pensate ad esempio al cameo di Massimo Ghini interpretato da Robert De Niro - e il film potrebbe diventare una sorta di Heat.1
Il cinema italiano, sempre stretto tra il volgare e l’opera d’arte prima (fatta da anziani cineasti assistiti dai finanziamenti pubblici), raramente si divincola da questa morsa e, quando lo fa come in questo caso, può dire cose nuove. Speriamo non sia solo un tentativo.
1. NdB: Adesso che fate, non ve lo andate a vedere?
The descent di Neil Marshall con Shauna Macdonald, Natalie Jackson Mendoza, Alex Reid, Saskia Mulder, Nora-Jane Noone... ***1/2
Sei amiche e un paio di piccozze. La discesa nella cave di Boreham si rivelerà più di una semplice esplorazione del sottosuolo: gli esseri che le abitano non sono per nulla amici di Gimli e compagni. Un tour de force visivo impressionante, una sinfonia horror senza precedenti (o quanto meno risalenti al Nosferatu di Murnau); ma anche una profezia ultra-pessimistica sul futuro dell’umanità. Le paure sono primitive, il punto di vista quello femminile, lo scontro ha echi universali. E il sangue non è mai stato così brillante. Un horror sensazionale, cinefilo senza citazioni, il più spaventoso da davvero troppi anni a questa parte.
Memories can't wait (Tihs ani't on yatrp!)
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Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro di Steve Box e Nick Park ***
Innanzitutto, un sogno: la sala completamente vuota (eccetto un’altra coppietta, che poi coppietta non era dato che avevano 72 anni), cassa di risonanza per il solo sonoro del film. Non ho parole. Manco la pubblicità della De Beers. Deo gratias!
Inizia come un horror della Universal e finisce come King Kong. Nel mezzo: gag a non finire, inseguimenti sotterranei, scoperte inattese, invenzioni visive e tanto, tanto british humour. La regia, virtuosistica, fa pensare seriamente a Brian De Palma. Intanto sono più di dieci anni che Zemeckis non gira un film così divertente. A distanziare l’animazione digitale della DreamWorks (che pure ci mette i soldi) basterebbe la cinefilia intelligente che muove il congegno narrativo e la comicità sobria, alla portata di tutti; in più metteteci una stop-motion allo stato dell’arte, così fluida ed espressiva da far arrossire i pupazzi spielberghiani, e il gioco è fatto. L’Academy premierà Burton, lo sappiamo (e poco male): ma l’Oscar è più di Wallace & Gromit che de La sposa cadavere.
Questa recensione non è mia, ve l’assicuro - parte III
Terzo appuntamento con l'attesissima rubrica in cui a recensire il film non è il Jerry ma un suo ausiliare.
Syriana di Stephen Gaghan con George Clooney, Matt Damon, Christopher Plummer, Jeffrey Wright, Chris Cooper... **1/2
Vado controcorrente, lo so, ma Syriana di Stephen Gaghan non mi ha convinto come non mi aveva convinto Traffic, di cui Gaghan era stato sceneggiatore.
Trama apparentemente complessa ma in sostanza semplice: diversi sentieri narrativi si ricongiungono nel finale; e tutto, anche il gesto estremo, trova giustificazione. Ma Gaghan non è Kubrick. 1
Il business petrolifero della Connex, le doppiezze della classe dirigente araba – mossa anch’essa da interessi economici -, le utopie del principe e il risveglio morale dell’agente segreto, la disperazione e la rabbia dell’emigrante: tutto punta, a mio parere in modo scontato, alla facile spiegazione ideologica che vuole l’interesse muovere le pedine del plot come in un disegno inevitabile. Alla fine il padrone è ucciso dal servo, per rispolverare la dialettica del vecchio Hegel.
Ma non è così semplice. Il cinema è un’arte popolare, vive di sintesi, di metafore, di pennellate impressioniste o di scomposizioni; in ogni caso, accenna, suggerisce, attiva i sospetti ma non è filosofia, scienza, non spiega, racconta solamente.
E Syriana, nonostante la prova superba di George Clooney, meno bello ma sempre più bravo, e di Matt Damon, costantemente incisivo, non decolla. Si dipana, è coerente, a volte anche didascalico, preciso, puntuale ma - in una sorta di entropia narrativa – perde energia, si dilunga troppo. Peccato, anche perché c’è un personaggio affascinante ed è Bennett Holiday, interpretato da Jeffrey Wright: un giovane avvocato di un importante studio specializzato in diritto societario. Coloured, sicuramente proveniente da qualche slum, con un padre fallito e alcolista, ambizioso, è l’unico che capisce e governa i processi e alla fine, anche con un pizzico di amarezza, porta a casa il risultato. Poteva essere lui la chiave narrativa del film, il suo adeguarsi con cinismo alla realtà, la sua contraddizione amara a dare il sapore del film. Ma non è stato, purtroppo.
1. E grazie!