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Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro
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Zodiac
Trittico televisivo
Parte I
Parte II
Parte III
accoltellato *loading* volte
Munich di Steven Spielberg con Eric Bana, Daniel Craig, Mathieu Kassovitz, Geoffrey Rush... ***
Spielberg rimarrà un grande sottovalutato finché non si capirà quale teoria dello sguardo sia sottesa al suo cinema. Uno sguardo vergine che nomina il mondo (quello di Dakota Fanning ne La guerra dei mondi); uno sguardo che predice il futuro (come in Minority report); uno sguardo innocente e, per questo, trascendente (la famosa scena del bambino attirato dagli alieni fuori dalla porta in Incontri ravvicinati); lo sguardo cieco dell’America che non riesce a carpire il sogno americano (Di Caprio nascosto dalle hostess che lo attorniano in Prova a prendermi); lo sguardo finale che s’annebbia di fronte alla morte (Tom Hanks in Salvate il soldato Ryan); uno sguardo moltiplicato da teleschermi e televisioni (la postazione di comando di Stanley Tucci in The terminal). Perché lo sappiamo, il regista non deve dimostrare ma mostrare. O ancora meglio, non mostrare (ricordate Schindler’s list e le camere a gas?).
Manco a dirlo, Munich è un capolavoro di montaggio e regia, ma anche un invito a riflettere sul limite di ogni giustizia e ideale, sul diritto di un popolo ad avere una patria (“la casa costa cara”). Vendetta e terrorismo non sono altro che il risultato di una civiltà cieca, auto-costretta a scendere a compromessi con se stessa. Se però il realismo della messinscena avrebbe suggerito un approccio “storico” all’operazione, Spielberg non rinuncia (e non rinuncerà mai) alle storie personali e alla sua ossessione per la famiglia, ricomposta immancabilmente sul piano individuale, lungi da una riconciliazione su quello collettivo. Gli israeliani torneranno ad avere una casa (ma convivranno coi palestinesi?) quando potranno considerarsi una casa per loro stessi (“sei tu la mia casa” dice Avner alla moglie). In questo senso, Munich è uno straordinario racconto.
Personalmente ritengo infondate le accuse di terzismo. Pretendere una presa di posizione “politica” da un regista perennemente schierato a difesa dell’occhio innocente (cioè di chi vorrebbe vedere mosso da curiosità e che, una volta visto, non ci vede più; come la Fanning sconvolta alla visione del fiume di morti o bendata dal padre per non assistere all’uccisione di Tim Robbins) è tanto inutile quanto ingiusto.
I veri problemi sorgono nella seconda parte, confusa e poca ispirata, in cui la troppa carne al fuoco induce Spielberg a rifugiarsi nei canoni di un action movie sentimentale e quasi reaganiano (proprio come La guerra dei mondi). A parte il bel finale a New York con le Torri Gemelle sullo sfondo, un monito che è anche una preghiera affinché l’umanità possa trarre una lezione dai suoi errori. E dai suoi orrori.
Fire down above
Conan The barb(Hper)arian
Brokeback Mountain di Ang Lee con Jake Gyllenhaal, Heath Ledger, Michelle Williams, Anne Hathaway... ***
È dai tempi di Tempesta di ghiaccio che Ang Lee non gira un film così bello. Brokeback Mountain è una ballata country struggente come una Carole King cantata dai Byrds, in cui l’eco della pedal steel guitar si perde fra le montagne di un’America desolata come una canzone di Neil Young. Nella prima parte (“estatica”) i protagonisti, nudi di fronte alla natura (la vera protagonista), scoprono se stessi e l’amore; nella seconda Lee, da storico dei conflitti della società americana, evidenzia lo scontro fra un sentimento (im)possibile e il conservatorismo della comunità rurale (e non solo), come già aveva fatto, con intenti ben diversi, Jay McInerney ne L’ultimo dei Savage. La regia minimale del regista taiwanese è efficace sia nella ricerca del panismo, sia nella descrizione emotiva dei personaggi, mostrando senza eufemismi l’esplodere della passione omosessuale. Sceneggiato da Larry McMurtry, autore dello script de L’ultimo spettacolo, il capolavoro di Peter Bogdanovich. Leggermente sopravvalutato, ma impreziosito dalle intense interpretazioni di giovani attori sempre misurati.
nICKNAME: Enigmista
Data la tradizionale propensione del cineblogger verso i quiz, non posso esimermi dal proporvi anch’io (come ultimamente ha fatto Oh – L’enigmista) un indovinello facile facile, da giovane parrocchiano. M’aspetto la soluzione al primo commento, non mi deludete. Dovrete indovinare di quali film si tratta e il nesso che li lega. Non si accettano risposte parziali (o meglio: potete pure scriverle, ma tanto non vi dico se siano giuste o sbagliate).



The new world di Terrence Malick con Colin Farrell, Q'Orianka Kilcher, Christopher Plummer, Christian Bale... ****
La critica arretra... dovrebbe arretrare: un’idea di cinema magniloquente, fatta di attese interminabili e sperimentazione senza compromessi; una coscienza filosofica che s’interroga di fronte a Dio, l’amore, la libertà, la morte e l’altro. Lo sguardo (vergine) si perde nell’infinito della natura selvaggia, immutabile, splendida nel formato 65 mm. Dire di più sarebbe un delitto. Da vedersi sul grande schermo, l’unico mezzo per godere di un’esperienza cinematografica addirittura più radicale de La sottile linea rossa, paragonabile solamente agli ultimi lavori di Sokurov e Herzog.
Match point di Woody Allen con Jonathan Rhys-Meyers, Scarlett Johansson, Emily Mortimer, Brian Cox, Penelope Wilton... ***1/2
Inspiegabile il contegno altero dei critici italiani, basiti di fronte a un Woody Allen che non fa ridere (non è vero!) e intenti ad avvertire il pubblico (bove, ancora una volta) dell’assunto pessimista dell’opera (Ombre e nebbia o Crimini e misfatti sono passati invano?). L’Allen regista mette in scena la colpa e l’assenza di giustizia in un mondo senza morale, non celando le sue fonti letterarie (James, Wilde e Dostoevskij) e studiando le possibilità di uno sguardo con sapiente classicità. Satira sociale e giallo di matrice hitchcockiana si contaminano in una tragedia priva di catarsi, in cui la fortuna volta le spalle ai fantasmi del passato e il delitto (imperfetto) rimane senza castigo. La direzione degli attori (tutti bravissimi, davvero) è magistrale, la colonna sonora, come al solito, ricercatissima (con arie da: L’elisir d’amore di Donizetti; La traviata, Il trovatore, Rigoletto, Otello e Macbeth di Verdi; I pescatori di perle di Bizet e Guglielmo Tell di Rossini). Insomma, un capolavoro.

Aspettando la palla match per il mondo nuovo #3
“On a dilemma
between what I need and what I just want
Between your thighs I feel a sensation
How long can I resist the temptation?
I've got my bird, you've got your man
So who else do we need, really?”
(Robert Wyatt, Moon in June)
Aspettando la palla match per il mondo nuovo #2
Sfogliando le pagine non più sapienti di Rumore noto con piacere del debutto in Lp di un piccolo gruppo rock australiano (come i Jet e i Datsuns) di nome Wolfmother (http://www.wolfmother.com). Il primo singolo, Mind’s eye (ascoltabile sul sito), esemplifica le caratteristiche del gruppo: cantato potente, a metà strada fra Ozzy e Robert Plant, con un pizzico del Mars Volta Cedric Bixler; chitarra ignorante con tanto di windmill à la Townshend e tre accordi in tutto; batteria che aspira al Martello degli Dei e tastierone che fa tanto Yes. Niente d’originale, capiamoci, ma quell’intermezzo di organetto m’ha fatto bagnare, anche se suonato in maniera approssimativa.
